Le tartarughe marine: da un’evoluzione lunga milioni di anni al rischio di estinzione

Le tartarughe marine sono rettili molto antichi, presenti sulla terra da più di 100 milioni di anni. Evolutesi sulla terraferma, si sono ben adattate anche all’oceano, dove trascorrono tutta la loro vita risalendo comunque in superficie per respirare ossigeno e tornando sulle spiagge esclusivamente per deporre le uova.

Esistono sette specie di tartarughe marine, alcune più diffuse come la tartaruga comune Caretta caretta e la tartaruga verde, altre che vivono solo in aree ristrette come la piccola tartaruga di Kemp presente solo nel Golfo del Messico o la tartaruga piatta presente nell’Oceano Pacifico in Australia e Papua Nuova Guinea.

Anche le dimensioni sono molto variabili a seconda della specie: dalla piccola tartaruga olivacea alla tartaruga liuto, la più grande.

Il carapace delle tartarughe marine è il loro tratto distintivo in quanto la colorazione, il numero e la distribuzione delle piastre sono caratteristici per ogni specie. La tartaruga liuto è l’unica ad avere delle creste longitudinali ed è chiamata in inglese leatherback a causa della flessibilità e del colore scuro del suo carapace che sembra fatto di pelle. Le altre specie hanno un variabile numero di piastre laterali e la forma del carapace è da circolare (tartaruga olivacea e tartaruga di Kemp) ad allungata (tartaruga comune, tartaruga verde).
La tartaruga embricata deve il suo nome alla presenza di scudi sovrapposti.                                                      

Habitat e dieta delle tartarughe marine

La loro distribuzione nei diversi oceani, essendo rettili, è legata ad acque caldo-temperate in tutta la fascia tropicale; molte specie sono infatti presenti nelle barriere coralline dove permettono la crescita di diversi tipi di spugne, coralli e altri organismi contribuendo così al mantenimento della biodiversità. La loro presenza nei diversi habitat marini, considerata indice di un buono stato degli ecosistemi, è legata a una dieta specifica, che ne determina anche la diversa conformazione della bocca.

La tartaruga verde è erbivora e si trova in habitat più costieri, dove grazie alla sua bocca seghettata gratta le alghe dalle rocce e le strappa dal fondale; la tartaruga liuto vive in acque più aperte, compie profonde immersioni e mangia soprattutto meduse che afferra con il suo becco affilato. La tartaruga comune mangia molluschi e crostacei, essendo dotata di mascelle massicce per rompere le conchiglie e i gusci, per questo chiamata loggerhead (testa grossa). La tartaruga embricata mangia spugne con il suo becco affilato ed è immune alle tossine contenute nelle spicole di questi organismi. Infine, la piccola tartaruga di Kemp è carnivora e preferisce i granchi, mentre la tartaruga olivacea e quella piatta sono specie onnivore e mangiano un’ampia varietà di piante e animali.

Migrazioni stagionali e ciclo riproduttivo

La maggior parte delle specie compie migrazioni stagionali tra aree di foraggiamento e aree riproduttive, cercando acque più calde. Questi spostamenti possono essere anche di migliaia di chilometri, e alcuni studi hanno permesso di monitorare con rilevatori satellitari i movimenti di alcune tartarughe attraverso gli oceani (clicca qui per maggiori informazioni). 

La campionessa è la tartaruga liuto che in alcuni casi percorre distanze di oltre 16.000 km, dall’Asia alle coste del Nord America attraverso tutto l’oceano Pacifico, raggiungendo anche temperature dell’acqua molto fredde (sotto i 4˚C).
Anche la tartaruga comune può migrare per grandi distanze, ad esempio dai siti riproduttivi in Giappone fino alle aree di alimentazione in Messico. Nel fenomeno della migrazione si pensa sia coinvolta la ghiandola pineale, presente in tutti i vertebrati, che determina i cicli di sonno/veglia e le funzioni legate alla durata del giorno. In combinazione con i cambi di temperatura dell’acqua, questa segnala il cambio della stagione che indica il periodo di migrazione. Cosa guidi direttamente questi grandi spostamenti è ancora molto incerto, ma sicuramente le dinamiche degli oceani e il magnetismo terrestre sono tra i principali fattori coinvolti.
Quando arriva la stagione riproduttiva, maschi e femmine raggiungono le aree di accoppiamento e riproduzione. Dopo l’accoppiamento, i maschi ritornano verso le loro aree di alimentazione, mentre le femmine si spostano verso le aree di nidificazione. Per alcune specie come la tartaruga di Kemp e olivacea, avviene il fenomeno delle “arribadas”, cioè la nidificazione di massa sincronizzata che coinvolge migliaia di tartarughe.
Durante una stagione riproduttiva, ogni femmina depone diversi nidi, scavando una buca a forma di fiasco sulla spiaggia, ognuno contenente in media 100 uova. Le uova vengono incubate nella sabbia e la schiusa avviene dopo 40-90 giorni, secondo la temperatura della sabbia.
Dopo l’emersione dal nido, i piccoli (chiamati hatchlings) raggiungono il mare seguendo la pendenza della spiaggia e il chiarore del mare. Durante questo tragitto, i piccoli memorizzano tutta una serie di informazioni che utilizzeranno da adulti per ritornare a riprodursi sulla spiaggia natale.
Durante la loro crescita, i piccoli si spostano dalle acque costiere al mare aperto, facendosi trasportare prevalentemente dalle correnti. Raggiunta la zona di alimentazione oceanica, i giovani vi rimangono fino alla maturazione adulta.

I siti riproduttivi sono particolarmente concentrati nella fascia tropicale, di seguito alcuni posti dove osservare questi animali e la loro nidificazione.

I luoghi migliori per osservare le tartarughe marine

In Asia un ottimo avamposto per osservare le tartarughe è Kosgoda, sulla costa occidentale dello Sri Lanka, dove regna la tartaruga verde. In Oman, la riserva naturale di Ras Al Hadd Turtle Reserve è un luogo dove i turisti possono avvicinarsi alle tartarughe (in particolare tartaruga embricata e verde) senza alterare o danneggiare il loro habitat. Anche la tartaruga comune ha uno dei siti di nidificazione più grande in Oman, a Masirah Island.
Le coste del Gabon ospitano invece la più grande popolazione di tartarughe liuto e la densità maggiore di nidi in Africa, protetti dai parchi nazionali Pongara e Mayumba.
Un altro luogo tra i più ricchi al mondo è il Tortuguero National Park, in Costa Rica, affacciato sul mar dei Caraibi, dove si trova il più grande sito riproduttivo della tartaruga verde.
Altre aree importanti di conservazione sono sulla costa atlantica della Florida, in Messico, in Australia e in India, dove il supporta la più grande popolazione di tartarughe olivacee, con una media di 398.000 femmine che nidificano in un anno.
Nel Mediterraneo, dove è presente soprattutto la tartaruga comune, le aree con maggior densità sono la Grecia, la Turchia e Cipro, mentre in Italia circa il 60% dei nidi è localizzato lungo la costa ionica della Calabria, dove il Caretta Calabria Conservation opera da anni per la tutela e salvaguardia di queste siti.

Una sopravvivenza messa a dura prova da inquinamento e riscaldamento globale

Sopravvissute ai dinosauri, queste creature oggi sono tra gli animali maggiormente in pericolo e affrontano ogni giorno i rischi spesso legati alle nostre cattive abitudini. Data la loro distribuzione in tutti i bacini del mondo, e i lunghi spostamenti che compiono, tutte le specie di tartarughe marine, esclusa la Caretta caretta, sono considerate in via di estinzione a causa di diverse pressioni antropiche. Ad esempio, lo sviluppo costiero può distruggere o limitare importanti siti di nidificazione o causare perdita di habitat marini come le barriere coralline con conseguenze sulla biodiversità presente. La tartaruga di Kemp, avendo un unico sito riproduttivo in Rancho Nuevo (Messico), è la specie più a rischio di tutte in quanto ha subito un drastico calo di popolazione dagli anni ‘40 ad oggi.

A seguito della protezione di questa spiaggia però, il numero di nidi registrati è aumentato di cinque volte in nove anni.
Anche il generale inquinamento degli oceani e la presenza di plastica in mare hanno degli effetti negativi su questi animali, che, scambiando frammenti di buste con meduse e altre prede, ingeriscono grandi quantità di plastica, con conseguenze spesso letali. In alcuni paesi è inoltre diffuso il bracconaggio, che sfrutta uova, carapaci e carne di questi animali.
Inoltre, le catture accidentali in reti e lenze da pesca portano spesso all’affogamento degli animali che non riescono a risalire in superficie per respirare, e comunque causano loro ferite e debilitazione.
Molti di questi eventi sono per fortuna risolti grazie all’intervento tempestivo di squadre di soccorso: in Italia è attivo il servizio di vigilanza della Guardia Costiera che opera con varie strutture di recupero come la Stazione Zoologica Anton Dohrn (Napoli), il centro di Tartamare (Grosseto), il centro dell’AMP Isole Egadi e molti altri.

Piccola nota finale sul riscaldamento globale: come in altre specie di rettili, la determinazione del sesso avviene per opera della temperatura e il riscaldamento climatico potrebbe causare uno sbilanciamento della popolazione a favore delle femmine, con conseguenti problemi di variabilità genetica.
Inoltre, nel Mediterraneo, il riscaldamento delle acque marine è probabilmente la causa dell’ampliamento verso nord delle aree di nidificazione delle tartarughe comuni.

Ilaria Campana | Naturalista, cetologa ed esperta in ecologia marina (collabora con Università della Tuscia e Accademia del Leviatano)

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