Cape Point, Sudafrica: dove l'oceano Atlantico e l'oceano Indiano si incontrano

"Dove i due oceani si incontrano" è la scritta riportata sui tanti souvenir di Cape Point, uno dei luoghi più visitati del Sudafrica.

Definizione che sicuramente descrive una delle sue caratteristiche più importanti e spettacolari: le coste africane sono infatti bagnate dall’oceano Atlantico e dall’oceano Indiano.

Gli abili navigatori portoghesi furono i primi a doppiare questa punta dell’Africa alla fine del 1400, superando notevoli insidie per scoprire e riportare i segreti di queste acque. 

Lungo la costa atlantica scorre la corrente fredda, densa e profonda del Benguela proveniente dall’Antartide; i venti costanti determinano la risalita di queste acque ricche di nutrienti vicino la costa. Sono le cosiddette zone di upwelling, dove il continuo apporto di nutrimento genera un’altissima produttività che alimenta tutta la catena trofica marina dal plancton, ai piccoli pesci, fino ai grandi predatori… compresi i pescatori!

La situazione è diversa sulle coste orientali. Dal Mozambico arriva la corrente di Agulhas, che scorre verso sud portando acque calde dal tropicale oceano Indiano. Questa corrente è molto potente e pericolosa, infatti si distingue per la sua notevole velocità e volume di acque trasportate. Ma a forza di correre… ecco che avviene l’incontro, o meglio lo scontro tra le due masse di acqua: ovviamente non si può definire un punto preciso poiché le correnti si mescolano e interagiscono in un’area di centinaia di chilometri tra Cape Point e Cape Agulhas, che è l’effettivo punto più meridionale dell’Africa. Proprio da questo mix vigoroso e contrastante nasce l’eccezionale ricchezza e varietà marina del Sudafrica, come anche la drammaticità di questo lembo estremo di terra: pensiamo agli antichi navigatori che si perdevano nelle nebbie originate proprio dall’incontro delle acque di diverse temperature, o agli abili pescatori che sfidavano i forti mulinelli pur di raggiungere i ricchissimi banchi di pesca. Ovviamente, numerosi organismi marini sfruttano analogamente queste condizioni: parliamo di alghe, pesci, uccelli, rettili e mammiferi, tra cui i cosiddetti Marine Big Five

L’inverno australe (aprile-settembre) è la stagione più ricca data la presenza di specie che si riproducono a queste latitudini. Qui siamo ancora in zone temperate, è per questo che più di tremila balene franche australi migrano dai gelidi mari polari per riprodursi e allevare i piccoli nelle calde e protette acque delle baie sudafricane. Sono animali che si nutrono filtrando il plancton, quindi trovano abbondanti risorse proprio nelle grandi zone di upwelling lungo le coste del Sudafrica. Sono animali facili da osservare perché trascorrono molto tempo in superficie e nuotano lentamente, per questo nei secoli scorsi erano definite le “right whales” da cacciare. In emersione si possono distinguere per il caratteristico soffio a forma di V, l’assenza di pinna dorsale e le callosità presenti specialmente sulla testa e sul dorso, dovute a incrostazioni di parassiti e cirripedi. Nel tardo inverno è particolarmente frequente vedere questi animali impegnati in spettacolari display di accoppiamento come il lob tailing (in verticale “sventolando” la coda fuori dall’acqua), il tail slapping (sbattendo la coda sulla superficie) o il breaching: pensate a un animale di 50 tonnellate che salta improvvisamente fuori dall’acqua provocando uno splash imponente... è facile vederlo a grandi distanze, magari anche dalla vostra camera di hotel! 

Nelle basse acque costiere del Sudafrica vivono anche due specie di delfini facilmente osservabili, ma anche altamente a rischio a causa dello stretto contatto con le attività antropiche: sono animali di circa tre metri che si nutrono di piccoli pesci e cefalopodi, spesso cacciando in gruppo ed esibendosi in acrobazie aeree. Il cosiddetto humpback dolphin (del genere Sousa), che ha una specie di gobba sul dorso, vive in gruppi poco numerosi all’interno delle baie ed ha un comportamento piuttosto schivo. Gruppi molto consistenti e più confidenti con l’uomo sono invece formati dal tursiope, la specie più conosciuta di delfino diffuso in tutte le acque costiere: qui è presente con la sottospecie indo-pacifica e spesso sono avvistati mentre inseguono le imbarcazioni dei pescatori.

Ci sono molte altre specie di cetacei che attraversano i mari del Sudafrica, ma con una distribuzione più localizzata o abitudini più pelagiche, che rendono gli avvistamenti più difficili ma non meno spettacolari. Ricordiamo la megattera, la balenottera di Bryde, ma anche il particolare Dusky dolphin o l’orca (Norvegia).

Restando tra i mammiferi marini, ma quelli con un piede per terra, l’unica specie di foca residente in Sudafrica è l’otaria del Capo, che vive in colonie fino a 50.000 individui, la maggior parte femmine e piccoli che spesso si possono vedere a riposo sugli scogli vicino alle coste. Nel periodo riproduttivo (novembre) ogni maschio adulto definisce il suo territorio lottando con gli altri maschi, e stabilisce un harem con diverse femmine. Questo permette alla colonia di aumentare rapidamente di numero e di compensare le perdite dovute alla predazione, soprattutto da parte degli squali, alle lotte tra maschi e ai piccoli abbandonati dalle madri inesperte. Il rapporto madre-piccolo è molto complesso e si basa sul riconoscimento reciproco all’interno della colonia attraverso richiami e odori, ma le femmine giovani non sempre sono in grado di mantenerlo e di ritrovare il loro piccolo.

A proposito di predatori, un altro BIG è lo squalo bianco. Le acque del Sudafrica presentano una delle più grandi concentrazioni di individui (circa duemila), che ha permesso di condurre studi e migliorare le conoscenze sulla specie. Questo massiccio pesce, che pesa oltre tremila chili, è tra le più antiche e meglio adattate creature degli oceani. È infatti un predatore apicale della catena alimentare e la sua presenza è necessaria per mantenere l’equilibrio nell’ecosistema marino, garantendo la sopravvivenza di molte altre specie. Ma cosa mangiano gli squali? Di certo non gli uomini (gli attacchi sono rarissimi) ma pesci, delfini, e in queste zone soprattutto le foche, che inseguono velocemente fino ad afferrarle uscendo col corpo fuori dall’acqua. Queste tecniche di predazione, molto selettive in verità, hanno da sempre suscitato suggestioni negative nell’uomo che ha reso questi animali bersaglio di una caccia spietata, ma oggi per fortuna si va a caccia di squali per osservarli da vicino e perfino per immergersi con loro. 

Se invece di guardare sott’acqua guardiamo in alto, si può osservare facilmente una ricchissima avifauna marina, che spesso si raggruppa con grandi colonie sulle scogliere più inaccessibili e si esibisce in spettacolari tuffi in acqua per procurarsi il cibo. Ricordiamo per esempio le Sula del Capo, il cormorano, il gabbiano meridionale, la sterna, la beccaccia, ognuna con le abitudini più svariate. Ma c’è una specie tra gli animali emblematici e più a rischio del Sudafrica che non vola (oltre allo struzzo): è il pinguino africano, detto anche jackass penguin per il suo verso simile al ragliare di un asino. Più che a terra però questi uccelli sono abilissimi nel nuoto, con forma del corpo idrodinamica, le ali adattate a pinne e il piumaggio impermeabile. Questa specie di pinguino è tra le più piccole, alta circa 70 cm per un peso tra 2-5 kg, quindi soggetta a molti rischi, naturali e non. La colorazione mimetica, con il ventre bianco e il dorso nero, rende più difficile la localizzazione da parte di predatori, sia dal basso che dall’alto. In acqua sono velocissimi e riescono a cacciare a profondità maggiori di quelle raggiunte dagli altri uccelli, riducendo così la competizione. A terra si riscaldano e si proteggono a vicenda formando delle colonie numerose e tornando nella stessa ogni anno per riprodursi. Come tutti i pinguini, sono famosi per essere fedeli al proprio partner per tutta la vita. Molti di questi siti sono oggi zone protette proprio per garantire la conservazione di questa specie molto delicata. 

Il Sudafrica ha tremila chilometri di coste dove tutte queste specie si nutrono, si riproducono, si riparano. La crescita della popolazione, insieme alla maggiore mobilità e al turismo, sta causando un pericoloso sfruttamento delle risorse marine, oltre all’aumento del disturbo e dell’inquinamento, che ha potenziali effetti negativi su queste creature. Per questo motivo esistono strette misure di protezione e gestione nei parchi naturali del paese, ma è necessario che tutti mantengano un costante senso di rispetto verso le delicate ricchezze naturali del Sudafrica per conviverci in maniera sostenibile anche fuori dalle riserve.

Ilaria Campana | Naturalista, cetologa ed esperta in ecologia marina (collabora con Università della Tuscia e Accademia del Leviatano)

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