Festival Kreol alle Seychelles: l’evento annuale dedicato alla cultura creola

Il Festival Kreol è stata l’occasione per tornare alle Seychelles perché, fra tutti i viaggi fatti in giro per il mondo, ricordavo le isole di questo arcipelago come un paradiso naturalistico, dove l’uomo conviveva in equilibrio con il proprio ambiente naturale.

Ricordavo che molti europei avevano scelto di vivere lì perché non condividevano più lo stile di vita occidentale, dove lo scorrere del tempo è cadenzato dagli orari di lavoro, dai weekend e dalle ferie.

Alle Seychelles, allora, il tempo era scandito dal sorgere e dal tramontare del sole, non come inizio o termine del giorno lavorativo ma come momento in cui il cielo e la natura si offrono allo sguardo con colori stupefacenti. Presa la decisione, mi rimaneva da scegliere il periodo in cui effettuare il viaggio. Fra le diverse opzioni, decisi di far coincidere la partenza con il Festival Kreol perché era nata in me la curiosità di approfondire la conoscenza di queste isole dal punto di vista storico-culturale, aspetto che nel viaggio precedente avevo trascurato semplicemente perché la bellezza delle isole aveva preso il sopravvento su ogni altro aspetto.

Il Festival Kreol si svolge ogni anno durante l’ultima settimana di ottobre. Questo fiume in piena di danze tradizionali, spettacoli teatrali e di musica creola, reading di poesia, degustazioni gastronomiche e artigianato locale, è l’evento culturale locale più importante. Al Festival Kreol partecipano infatti artisti, cantanti, ballerini e musicisti delle Seychelles e delle vicine isole di Mauritius e Réunion, la cui storia si è intrecciata nel corso dei secoli XVII, XVIII e XIX.

Seychelles, Mauritius e Réunion: le ragioni di una cultura in comune
Molto sinteticamente diamo uno sguardo agli eventi storici che hanno interessato queste isole, per comprendere per quale ragione il Festival Kreol unisce le loro popolazioni.
Le isole di Mauritius e di Réunion sono state colonizzate nel XVII secolo dai francesi ancora prima delle Seychelles, verso le quali inizialmente la Compagnia Francese delle Indie Orientali dimostrava interesse esclusivamente strategico.
La rotta delle Seychelles rappresentava infatti un ottimo approdo per il rifornimento durante il viaggio verso le Indie per il commercio delle spezie. Solamente il 12 agosto 1770 l’isola principale fu colonizzata dai francesi per iniziare la piantumazione di noce moscata, pepe, cannella e chiodi di garofano, rimanendo sottoposta amministrativamente al governatore di Mauritius e Réunion, dove si era tentato di iniziare la coltivazione di spezie ma con risultati deludenti. Anche la Compagnia Britannica delle Indie Orientali era interessata alla rotta delle Seychelles ed entrò in conflitto con la compagnia francese. Dopo una serie di scontri fra le forze navali francesi e inglesi, nel 1810 fu firmato a Mauritius un accordo in cui si stabiliva che le Seychelles divenissero a tutti gli effetti una colonia britannica, concedendo però ai coloni residenti di continuare a praticare le tradizioni culturali francesi. Oltre al commercio delle spezie si praticava nell’oceano Indiano un’attività molto fiorente, la tratta degli schiavi, che non solo gli europei ma anche gli stati indigeni africani esercitarono nel loro continente e di cui si avvalsero anche i coloni francesi e inglesi delle Seychelles per necessità di manodopera nelle piantagioni di spezie.
Nel 1835 fu sancita l’abolizione della schiavitù, che ebbe come effetto un afflusso continuo alle Seychelles di schiavi sequestrati dagli inglesi ai sambuchi arabi e qui liberati, dove venivano utilizzati dai coloni come forza lavoro a basso prezzo. Se a questa sintesi aggiungessimo ulteriori eventi, date e nomi non riusciremmo comunque ad avere una rappresentazione esatta delle sofferenze e delle violenze che gli antenati dell’attuale popolazione hanno dovuto subire da parte di colonizzatori e trafficanti di uomini, che non si facevano alcuno scrupolo nello sfruttare e commerciare esseri umani come merce. Quello che non troveremo mai scritto su di un libro di storia è la storia di ogni singolo individuo e, nel nostro caso, di coloro che, subendo la deportazione e la schiavitù, hanno dato origine alla popolazione delle Seychelles. Possiamo paragonare la storia a una foto panoramica, che ci mostra solo l’aspetto macroscopico di un determinato luogo; per vedere i dettagli serve una lente d’ingrandimento oppure, se la foto è stata scattata con le attuali tecniche, è necessario ingrandire il display per vedere esattamente i particolari.

L’arte come espressione di un popolo e della sua tormentata storia
Quanto oblio è caduto sulle storie di ogni individuo forzatamente trapiantato in quelle isole e di cui mai nessuno si è preoccupato di ascoltare le sofferenze indicibili come essere umano, soggetto di sentimenti, di emozioni, di motivazioni, di speranze, di paure.
Per fortuna non solo le parole scritte trasmettono la memoria di ciò che è stato. Non è indispensabile un libro stampato per conoscere il passato dei popoli, questo è sempre presente e si tramanda nella cultura che li caratterizza in tutti i suoi aspetti: la lingua, le tradizioni, l’arte. Sì, l’arte.
E ritorno alla mia motivazione della scelta del periodo in cui effettuare il viaggio alle Seychelles: il Festival Kreol, è qui che ho trovato le origini storico-culturali di questo popolo che conoscevo superficialmente, e le ho trovate nelle danze e nei canti degli artisti che si sono alternati nei giorni del festival. Non parlerò di tutti, ma solamente di una performance che mi ha colpito particolarmente (potete vederla nel video in fondo all’articolo).
La band era composta esclusivamente da percussionisti che suonavano una musica semplice e ripetitiva ma al contempo fortemente espressiva, accompagnandola con il loro canto. La musica di tono basso era prodotta dalla percussione delle mani su tamburi artigianali e da una campanella dal tono un po’ più acuto che si distingueva dagli altri strumenti. Il canto che accompagnava la musica era anch’esso semplice ed espressivo e, senza comprenderne le parole, si intuisce che stanno raccontando una storia che li riguarda. Davanti al palco dove si esibivano c’era un piccolo spazio in cui era possibile, per chi avesse voluto accogliere il loro invito, ballare al ritmo della musica. Presto si è fatto avanti un ragazzo, a cui si è affiancata una ragazza, entrambi persone semplici, umili, del popolo. Hanno cominciato a ballare e quei movimenti mi hanno subito interessato perché provenivano chiaramente da una spinta interiore che non aveva nulla a che fare con il rispetto dei tempi e delle regole che in genere i balli richiedono. Il ragazzo e la ragazza non si avvicinavano mai eccessivamente l’uno all’altro, anche perché si spostavano di poco dal punto in cui si trovavano. Il ballo consisteva nel muovere i fianchi e le braccia in modo vistoso, mentre le gambe ed i piedi rimanevano come fissi nello spazio occupato dall’inizio e, se si muovevano, lo facevano lentamente. Era una specie di rappresentazione teatrale, il desiderio di manifestare uno stato d’animo mosso da emozioni e motivazioni profonde, un cercare di fare e non riuscire, o non poter fare... Credo di non dover aggiungere altro.
Quei movimenti non erano altro che la rappresentazione simbolica della condizione di schiavitù in cui i loro antenati erano costretti, ma non per questo privati della necessità di dare spazio ai sentimenti che, nonostante la schiavitù, non riuscivano a reprimere.

Maria Letizia Parisi 

 Musica e danze durante il Festival Kreol

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